Pubblichiamo il sermone della vescova episcopaliana Mariann Budde in presenza del presidente Trump, in “www.garriguesetsentiers.org” del 29 gennaio 2025 (traduzione: www.finesettimana.org).
Questo culto nazionale ci riunisce per pregare per l'unità del popolo e della nazione. Non un accordo politico, ma un'unità che rafforzi la nostra unione al di là delle nostre diversità e divisioni. Un'unità che serva al bene comune e ci permetta di vivere in libertà e insieme in un Paese libero. Questa, come ha detto Gesù, è la roccia solida su cui costruire una nazione.
L'unità non è conformismo, non è vittoria, né spenta cortesia o stanca passività. Non è partigianeria. L'unità è un modo di stare insieme, rispettando le nostre differenze e le nostre diverse condizioni di esistenza. Ci apre a una cura reciproca, nonostante tutti i nostri disaccordi.
A coloro che, nel nostro Paese, dedicano la loro vita o che si offrono volontari, spesso a rischio della loro vita, per aiutare gli altri durante le calamità naturali, mai chiedono loro per chi hanno votato o quali sono le loro opinioni. È bene che noi seguiamo il loro esempio. Perché l'unità, come l'amore, implica un dono di sé.
Nel Discorso della Montagna, Gesù di Nazareth ci invita ad amare non solo il nostro prossimo, ma anche i nostri nemici e a pregare per coloro che ci perseguitano, a essere misericordiosi come il nostro Dio è misericordioso, a perdonare come Dio ci perdona. E Gesù accoglieva gli esclusi della società. Ammetto che questo invito di Dio richiede da parte nostra molta speranza e preghiera, ma corrisponde al meglio di noi stessi, ed è ovvio che se, invece, le nostre azioni contribuiscono solo ad aumentare le divisioni, le nostre preghiere serviranno a ben poco.
Noi che siamo qui nella cattedrale non siamo ingenui, e quando sono in gioco potere, ricchezza e interessi contrastanti, quando ci sono opinioni diverse sul futuro dell'America, sappiamo che su tutte queste questioni ci saranno vincitori e perdenti. Va da sé che in un sistema democratico, durante una sessione legislativa o un mandato presidenziale, non possono essere realizzate le speranze e i sogni di tutti e non tutte le preghiere possono essere esaudite. Ma c'è da temere che, per alcuni, questo significhi perdere la propria uguaglianza, la propria dignità e persino i loro mezzi di sussistenza.
Come possiamo allora vivere insieme in una vera unità, e come potremo anche solo immaginarla? Ma spero che ci riusciremo, perché altrimenti la cultura del disprezzo che si è diffusa in America ci distruggerà tutti.
Sono una credente, circondata da credenti, e credo che con l'aiuto di Dio la nostra unità sia possibile. Non sarà perfetta, ovviamente, perché siamo un popolo imperfetto. Ma sarà abbastanza perfetta da permetterci di continuare ad aderire ai nostri ideali espressi nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America, che afferma l'uguaglianza e la dignità innate di ogni essere umano.
Abbiamo ragione di contare sull'aiuto di Dio nella nostra ricerca dell'unità, ma solo se siamo disposti a lavorare per ottenerla. Gesù ci ha insegnato a costruire la nostra casa di fede sulla roccia dei suoi insegnamenti e non sulla sabbia della nostra inconsistenza. Le fondamenta basate sulla roccia, così come ce le rivelano le nostre tradizioni e i nostri testi sacri, mi sembrano essere tre:
Il primo fondamento dell'unità è il rispetto della dignità di ogni essere umano. Come le varie religioni rappresentate oggi in questa cattedrale dimostrano che tutti gli uomini sono ugualmente figli dell'unico Dio, così nel discorso pubblico dobbiamo rispettare la dignità di tutti, rifiutando ogni derisione, ogni denigrazione, ogni demonizzazione di chi è diverso da noi. Rispettare, discutere delle nostre differenze con rispetto e cercare un terreno d’intesa ogni volta che è possibile. E se ciò risulta impossibile, rimaniamo naturalmente fedeli alle nostre convinzioni senza disprezzare chi ha le sue.
Il secondo fondamento dell'unità è la verità, sia nelle conversazioni private che nei discorsi pubblici. Altrimenti, il nostro atteggiamento sarebbe contrario alle parole delle nostre preghiere. All'inizio sperimenteremmo un falso senso di unità, ma a lungo termine non sarebbe abbastanza forte per affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Certo, non è sempre facile sapere dove sta la verità. Ma quando lo sappiamo, è nostro dovere dare testimonianza, anche se ci costa.
Il terzo fondamento dell'unità è l'umiltà, perché siamo tutti esseri umani fallibili. Diciamo e facciamo cose di cui poi ci rammarichiamo. Ed è forse quando siamo convinti, senza ombra di dubbio, di avere assolutamente ragione e che qualcun altro abbia assolutamente torto che siamo i più pericolosi per noi stessi e per gli altri. Perché tendiamo in questo modo a definirci “i buoni” e a porci davanti agli altri, i “cattivi”. Quando la verità è che, alla fine, siamo tutti solo esseri umani, capaci sia di bene che di male. Alexander Solzhenitsyn diceva che la separazione tra bene e male non è tra Stati, classi sociali o partiti politici, ma attraversa ogni cuore umano. Più diventiamo consapevoli di questa verità, più permettiamo all'umiltà di dominare i nostri cuori e ci apriamo agli altri nonostante le nostre differenze, più ci rendiamo conto che ci assomigliamo più di quanto pensiamo. Abbiamo, in realtà, bisogno l'uno dell'altro. E più ce ne rendiamo conto, più diamo spazio dentro di noi all'umiltà e all'apertura verso l'altro, al di là delle nostre differenze, perché in realtà ci assomigliamo più di quanto pensiamo. E abbiamo bisogno gli uni degli altri. È facile pregare per l'unità nelle celebrazioni solenni. È molto più difficile quando ci confrontiamo con le differenze reali nella nostra vita privata e nel mondo politico. Senza una vera unità, costruiremmo la casa della nostra nazione sulla sabbia. Costruendo sulle solide fondamenta della dignità, dell'onestà e dell'umiltà, parteciperemo, come è adatto nel nostro tempo, agli ideali e al sogno dell'America.
Mi permetta un'ultima richiesta, signor Presidente. Milioni di persone hanno riposto la loro fiducia in lei e, come ha detto ieri alla nazione, ha sentito la mano provvidenziale di un Dio amorevole su di lei. In nome del nostro Dio, le chiedo di avere pietà delle persone del nostro Paese che ora hanno paura. Ci sono figli gay, lesbiche e transgender in famiglie democratiche, repubblicane e indipendenti. Alcuni temono per la loro vita. E i nostri concittadini che coltivano i nostri campi, puliscono i nostri uffici, lavorano negli allevamenti di polli, nell'imballaggio della carne, lavano i piatti nei nostri ristoranti, lavorano di notte negli ospedali. Possono non avere la nostra nazionalità o i documenti giusti. Ma la stragrande maggioranza degli immigrati non sono criminali. Pagano le tasse e sono buoni vicini. Sono membri fedeli delle nostre chiese, moschee, sinagoghe e templi. Le chiedo, signor Presidente, di avere pietà dei membri delle nostre comunità i cui figli temono che i genitori vengano deportati. Le chiedo di aiutare coloro che fuggono dalle zone di guerra e dalle persecuzioni nei loro Paesi a trovare compassione e accoglienza qui. Il nostro Dio ci insegna ad avere compassione per gli stranieri, perché noi stessi un tempo eravamo stranieri in questo Paese.
Che Dio ci dia la forza e il coraggio di trattare tutti gli esseri umani con dignità, di esprimerci con verità e amore e di camminare umilmente gli uni con gli altri e con Dio. Per il bene di tutti in questo Paese e nel mondo.