Diego Saccora, Associazione Lungo la Rotta Balcanica

Era il 5 settembre 2015 quando il corpo di Alan Kurdi, bimbo curdo-siriano di tre anni, veniva ritrovato sulle spiagge turche dopo essere annegato nel tentativo di raggiungere con la sua famiglia le isole greche dell'Egeo. È allora che la cosiddetta rotta balcanica, percorso di migrazione già a partire dagli anni ’90, diviene la principale via di accesso all’Unione Europea.

Per mesi, centinaia di migliaia di persone - prevalentemente provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan - arrivano in Europa grazie al corridoio legalizzato che attraversa Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Austria.

Sorgono in poco tempo, campi profughi di transito, stazioni dei treni ad hoc, centri di distribuzione di cibo e vestiario, cliniche mediche. E mentre l'Ungheria inizia a costruire una cinta di filo spinato lungo il proprio confine a sud, il supporto fornito dalle organizzazioni non governative è fondamentale quanto il sostegno delle società civili locali e internazionali, accorse in solidarietà verso le persone in viaggio.

A marzo 2016, in base all’accordo tra UE e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica vengono definitivamente chiusi e il percorso verso l’Europa torna a essere più pericoloso e costoso. Sia in termini economici quanto di vite umane.

Si sviluppano all'interno dei diversi Paesi numerose aree informali, nelle quali centinaia di persone trovano ripari di fortuna: al confine greco/macedone sorge l'accampamento che diventerà simbolo della vergogna, dove circa 15 mila persone finiranno a vivere tra le tende nel fango: Idomeni. A maggio avviene lo sgombero da parte della polizia ellenica e l'UE finanzia l'apertura di campi governativi e militarizzati distribuiti in tutto l'entroterra. Le isole di Lesbo, Chios, Leros, Samos e Kos divengono hotspots, centri identificativi dai quali è impossibile uscire senza aver ottenuto il permesso per i campi della terraferma, un limbo che può durare anni.

Nell'inverno 2017 è Belgrado il teatro dove si concretizzano gli effetti delle politiche europee. Migliaia di persone vivono a temperature sotto lo zero all'interno dei vecchi magazzinile Barracks - alla stazione degli autobus. Ancora una volta intervengono le forze dell'ordine e l'UE, vengono istituiti campi gestiti dal Commissariato serbo. Inizialmente 16, sparsi per il territorio e dove si registrano in più di 11 mila. L'Ungheria termina la costruzione del “Muro di Orban” a sbarrare la strada a ogni tentativo di passaggio, nel frattempo la polizia croata affianca quella bulgara e quella magiara nel fungere da cane da guardia europeo. Si fanno sempre più frequenti le testimonianze di respingimenti, violenze, ruberie. La notte del 17 dicembre la famiglia Hosseini viene fermata e fatta rientrare a piedi dalla Croazia in Serbia, lungo la ferrovia che da Tovarnik porta a Sid. Il treno in corsa investe la piccola Madina, sette anni. Ma a differenza di Alan Kurdi, questa morte non porterà l'Europa ad aprire le proprie porte.
Dai primi mesi del 2018, le rotte via terra convergono in Bosnia Erzegovina. Chi si sposta dai campi serbi, chi arriva dalla Grecia attraverso la Macedonia, chi passando da Albania e Montenegro. Il flusso porta verso nord ovest, dove il confine croato è più vicino a quello sloveno: il Cantone Una-Sana nella Federazione di Bosnia Erzegovina è il territorio più coinvolto. I respingimenti dalla Croazia sono all'ordine del giorno per decine di persone e si fanno sempre più violenti. A migliaia rimangono bloccate. Ancora una volta interviene l'UE a finanziare il controllo delle frontiere e campi, che in Bosnia sono individuati in strutture fatiscenti distrutte dal conflitto degli anni '90, ex basi militari o fabbriche dismesse. Si fatica a distinguere tra gli squat e i centri ufficialmente gestiti dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) in collaborazione con altre ong.
Tra il 2018 e il 2020, circa 70 mila persone vengono registrate in transito dal governo bosniaco, all'interno di una ciclicità dell'emergenza che si prefigura trasversalmente anche in tutti gli altri Paesi balcanici ma che qui ha effetti più tragici. Si ricordano le tendopoli alla  “palude” di Trnovi a Velika Kladusa nel novembre 2018, Vucjak nel dicembre 2019, Tuzla a gennaio 2020. Ogni anno passato da quando la Bosnia Erzegovina è attraversata da migliaia di persone in cammino verso l'Europa è un inverno di crisi umanitaria; nonostante gli otto campi, tra le 2 e 3 mila persone vivono nell'informalità.

Questo lungo preambolo per giungere ai fatti più recenti: a marzo, nella cornice delle misure di contrasto al Covid-19, viene istituito temporaneamente un campo finanziato da UE e USaid a Lipa, una località lontana dai centri abitati a 30 km a sud di Bihac. In autunno circa 1500 persone vivono sotto ogni minimo standard umanitario riconosciuto, viene chiuso il campo Bira in centro città e nulla lascia presagire che nuove sistemazioni vengano trovate. OIM dichiara quindi di non avallare questo trattamento e minaccia di lasciare la gestione del campo. Arrivano il gelo e la neve. Il 23 dicembre, all'annuncio ufficiale della chiusura, viene appiccato un incendio che distrugge la maggior parte dei tendaggi rimasti. Circa 1500 persone rimangono all'addiaccio, alcune centinaia si dirigono verso la città di Bihac ma vengono fermate dalla polizia e fatte retrocedere verso l'area ormai dismessa. Ognuno trova riparo come può, a temperature sotto lo zero.
Il giorno dopo una soluzione pare venga trovata nel trasportare le persone in una ex base militare a Bradina, cittadina nel Cantone dell'Erzegovina-Narenta, tra Sarajevo e Mostar. Ma la municipalità nega vi sia stato un accordo e un gruppo di cittadini protesta fermando l'operazione di spostamento. 500 persone passano la notte negli autobus. Il giorno dopo tutti tornano tra le ceneri del vecchio campo, mentre a Sarajevo si decide per la riapertura del Bira a Bihac, municipalità e consiglio dei ministri del Cantone Una-Sana si oppongono. Anche parte della cittadinanza forma barricate all'ingresso del campo per impedirne l'accesso. L'esercito viene incaricato di montare tende da campo a Lipa, dove però per i 900 attualmente presenti, mancano elettricità, acqua, letti e cibo caldo.
Oggi circa 130 mila persone si trovano bloccate in circa 70 campi profughi, gestiti con fondi europei e distribuiti tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina e Croazia. L’unica possibilità per arrivare in un’Europa dove poter ricostruire un futuro, è quella di affidare a pagamento la propria vita nelle mani di trafficanti senza scrupoli o tentare la sorte camminando per settimane tra le fitte boscaglie tra la Bosnia e l'Italia o l'Austria. Da dove, ormai da mesi, sono in corso catene di respingimento che vedono la collaborazione di varie polizie e Frontex. 
Per denunciare tutto questo e chiedere alle autorità dei singoli Paesi e dell'Unione un immediato cambiamento delle politiche migratorie che miri alla salvaguardia e al benessere di ogni singola persona, la rete Rivolti ai Balcani chiede il vostro sostegno attraverso la campagna di raccolta firme “Bosnia: si fermi lo scacchiere della disumanità” e la raccolta fondi  “Emergenza Bosnia” promossa dalla pagina Facebook della rete.

 

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