di Vittorio Borraccetti, in "Il Mattino di Padova" di venerdì 21 marzo 2025
La riforma costituzionale in discussione al Parlamento riguarda l’ordinamento della magistratura. Il suo scopo non è tanto la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri. Se questo fosse stato, la maggioranza di governo avrebbe potuto conseguirlo agevolmente con un disegno di legge ordinaria, senza toccare la Costituzione, secondo le indicazioni dalla Corte costituzionale in due sentenze del 2000 e 2002.
La separazione delle carriere mira invece allo scardinamento dell’attuale assetto costituzionale della magistratura e al controllo del pubblico ministero. Quello che non si vuole è il pubblico ministero indipendente nell’indagine e nell’esercizio dell’azione penale obbligatoria, che è una condizione dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La separazione darà vita a un ordine autonomo di pubblici ministeri, titolari del potere di indagine e di iniziativa penale, senza più riferimento alla giurisdizione nel suo insieme, quindi fatalmente destinato a trovare un riferimento nel potere politico oppure a essere limitato nel potere di indagine e di iniziativa penale.
Che questo sia l’esito obbligato della riforma l’ha detto chiaramente perfino il sottosegretario alla Giustizia Del Mastro in una intervista al quotidiano "Il Foglio" dello scorso 14 marzo. Ed è in tal senso, non da oggi, il pensiero del Ministro Nordio, da lui espresso come opinionista di importanti giornali nazionali nel corso degli anni, sempre critico sull’eccessivo potere dei pubblici ministeri e convinto della necessità di una sua limitazione.
La riprova è data dal contesto in cui la riforma viene perseguita, caratterizzato da attacchi da parte di esponenti politici di maggioranza ai giudici o ai pubblici ministeri autori di provvedimenti non condivisi, accusati di faziosità politica e talvolta irrisi e denigrati a livello personale. La necessità della separazione delle carriere viene evocata perfino in presenza di decisioni sgradite emesse da giudici civili, in assenza di qualsiasi nesso tra le questioni.
Vi sono molti modi per controllare e limitare l’azione del pubblico ministero, non necessariamente l’esplicita subordinazione al potere politico.
Oggi il pubblico ministero è un potere diffuso sul territorio, non ha un vertice gerarchico nazionale. La separazione delle carriere favorirà un assetto verticistico nazionale. Oggi il pubblico ministero dirige l’attività della polizia giudiziaria, ma da più parti, da tempo, si suggerisce di dare maggiore autonomia a quest’ultima. E considerando il rapporto che lega le forze di polizia al potere esecutivo questa maggiore autonomia finirà per risolversi in un indiretto controllo del pubblico ministero.
L’assetto attuale della magistratura è coerente con l’insieme dell’architettura costituzionale, che disegna le istituzioni in funzione dei principi della prima parte della Costituzione. Una democrazia costituzionale, fondata sia sulla sovranità popolare, sia sulla diffusione del potere e sulla sua soggezione alla legge. È importante sottolinearlo di fronte alla diffusa opinione che risolve la democrazia nel momento elettorale e nella volontà della maggioranza.
Nell’attuale assetto il governo autonomo della magistratura, presidio della sua indipendenza, è affidato a un organo elettivo, democratico e pluralista, che riconosce la legittimità di diverse visioni, nei limiti della Costituzione, dell’attività giurisdizionale. La previsione, umiliante per la magistratura, di due consigli superiori dei giudici e dei pubblici ministeri non più eletti, ma composti per sorteggio, va contro questa impostazione, con lo scopo di eliminare il pluralismo ideale e culturale che sostiene l’indipendenza della magistratura. Infine, deve essere chiaro che questa riforma non avrà effetto sul modo di amministrazione della giustizia, non ne migliorerà né qualità né efficienza, non risponderà alle critiche e alle aspettative dei cittadini. Servirà soltanto a limitare l’azione della magistratura.